Seregno, ricordo di mariateresa, tra orfanatrofio e università

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Una Vita tra gli Studenti che la ricordano con affetto.

RICORDO DI MARIATERESA. Il ricordo di Mariateresa sospinge la memoria verso epoche piuttosto remote, all’albore del mio corso esistenziale, persa nelle nebbie di fredde mattine, vanificate solamente dalla calorosa accoglienza degli antichi ambienti della scuola materna Santino De Nova, rischiarati dai vecchi neon e da globi, simili a pallide lune, sospesi al soffitto di variopinte aule e saloni. In siffatto ambiente scolastico, accanto alla premurosa dedizione da parte delle suore di Maria Bambina e delle insegnanti, ho avuto modo d’imbattermi nella figura di Mariateresa, assidua frequentatrice dell’asilo, soprattutto durante le recite svolte in corrispondenza delle principali festività, in una primordiale conoscenza di tipo visivo. Conclusi gli anni dell’asilo, quando ritenevo cessata la mia esperienza con la scuola De Nova ed avviata quella con l’elementare Umberto I, dovetti ravvedermi. Infatti, ben presto, a riprova del prezioso servizio offerto dalla scuola materna alla cittadinanza, riprese la frequenza con il mio primo ambiente scolastico, al fine di partecipare al doposcuola pomeridiano e di consumarvi il pranzo durante il periodo estivo dell’oratorio feriale. Contestualmente, l’assunzione di mia madre nella qualità di cuoca e la mansione di segretariato esercitata da mio padre, in seno al Consiglio d’Amministrazione, contribuirono a rafforzare il mio legame con la struttura e, nondimeno, con Mariateresa che, nel frattempo, nel lontano 1988, ne divenne Presidente. Tuttavia, una conoscenza maggiormente approfondita di Mariateresa si concretizzò durante gli anni della scuola superiore quando, ridotta la mia frequenza presso la scuola materna, si accentuò quella presso la Sua abitazione, finalizzata alla partecipazione delle lezioni pomeridiane d’approfondimento circa i temi, soprattutto letterari, linguistici, storici e filosofici, trattati nelle lezioni scolastiche mattutine. Infatti, un notevole numero di studenti ha attinto alla vasta conoscenza di Mariateresa e Giovanna, formandosi culturalmente e personalmente. Una mattina del 1991, il professore di letteratura, nell’articolare il compendio artistico di Luigi Pirandello, si soffermò sul celebre dramma borghese “L’uomo dal fiore in bocca”; in aula serpeggiava l’ordinario bisbigliare, la concitazione, la tensione adolescenziale verso il domani, non consentirono di soffermarsi però riflettere su argomentazioni correlate al tempo: tutto sembrava precipitare nel vortice indotto dalla rapida fuga verso il futuro. Ciononostante, la mia sensibilità mi permise di cogliere qualcosa correlato alla malattia, alla sofferenza, alla rassegnazione… La lezione pomeridiana di Mariateresa chiarì ogni dubbio: il “fiore” rappresenta il cancro, un demone capace di disgregare il corpo, corrompere l’anima, una terribile condanna collocata sul proprio percorso di vita, l’attivazione del conto alla rovescia d’un meccanismo ad orologeria che conduce alla morte. Speranze, progetti e sogni improvvisamente s’infrangono, si scrutano particolari mai contemplati prima, la vita sembra assumere un significato, quello che, prima che giungesse il “fiore”, intrappolati nella frenesia e nell’abitudinaria trepidazione, non ci si capacitava di delineare. La Sua spiegazione non si configurò quale semplice dissertazione culturale, bensì l’oggettivazione della Sua interiorità, tesa a non sposare mode e tendenze ed a rifuggire da mediocrità e superficialità. La levata mattutina, con un rapido ma significativo sguardo rivolto all’epilogo, invita a prendere coscienza dell’incertezza della fine che, presto o tardi, giunge però ciascuno. La consapevolezza di ciò comporta il non abbandonarsi alla mercé degli eventi, piuttosto il dominarli e guidarli, il riflettere, meditare, scrutare, così da poter pianificare la propria efficace azione nella società, stabilire precisi obiettivi da raggiungere, con lo scopo di conquistare, quotidianamente, il senso più profondo dell’essere. Le realtà edificate da Mariateresa, con i Suoi piccoli grandi gesti giornalieri, testimoniano tale stile di vita. Non avrei mai pensato che, un giorno, il fato, guidato dal destino di Dio, transitasse presso la Sua casa, però lasciare anche a Mariateresa il velenoso “fiore”. Sono certo, tuttavia, che differentemente dal personaggio del dramma pirandelliano, il quale, solamente a seguito del flagello contratto, decise d’indagare a fondo sul significato ultimo dell’esistenza, l’unico cruccio però Mariateresa, udendo il fischio dei convogli della limitrofa stazione, il pulsare delle quotidianità di studenti e lavoratori, sia è stato il non poter più appartenere alla consueta realtà esistenziale, non già però il personale vanto di vivere, bensì però proseguire l’encomiabile opera di bene d’una vita intera, integralmente spesa però l’altro, ossequiando agli ebdomadari appuntamenti presso la scuola materna, l’orfanotrofio, l’università, alle lezioni pomeridiane, etc. Così, venerdì 23/07/2010, la cessazione del violento nubifragio abbattutosi sulla nostra Regione, è coinciso con la definitiva estinzione delle sofferenze corporali indotte dal cancro. Approdata, dunque, all’ultima spiaggia, attingendo alle rapide scariche impulsive che la mente è ancora in grado d’offrire sul limitare della coscienza, ha indirizzato, però l’ultima volta, il suo sguardo verso i luoghi e le persone che ha tanto amato ed arricchito, nei confronti dei quali ha speso energie e profuso impegno, al fine di congedarsi, definitivamente, dall’esperienza terrena ed approssimarsi verso la Città Celeste. Per tutti noi credenti in Cristo, come Lei lo è stata, ben sappiamo che il Suo saluto non equivale ad un addio, ma solo ad un arrivederci. Ing. Francesco Silva.