vimercati, l 'ultimo cappellificio di monza

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Giuseppe, 70 anni, ha iniziato a lavorare il feltro a 13 anni

CAPPELLIFICIO VIMERCATI – La via Macallè è una stradina chiusa, perpendicolare al canale Villoresi, situata alla periferia Nord Ovest di Monza: lì al numero 2 c’è l’officina della Vimercati Snc, l’unico produttore di cappelli di feltro da uomo rimasto in città. Il titolare dell’azienda, Giuseppe Vimercati, ha 70 anni e ha cominciato a lavorare nella ditta di famiglia dal 1953 a tredici anni, il papà Gabriele era è stato uno dei protagonisti storici della cappelleria monzese e anche lui aveva iniziato giovanissimo nel ’23 presso la Crippa e Corno, poi nel ’53 si era messo in proprio con il fratello. In quell’anno la Vimercati produceva 500/600 cappelli al giorno e aveva 16 operai. Oggi il quadro è decisamente mutato: nell’azienda lavorano oltre a Giuseppe, il figlio, un nipote e talvolta una dipendente, anche perchè il mercato è ormai asfittico. La drastica riduzione della domanda, in atto progressivamente da almeno 30 anni, il fatto che oramai anche gli anziani non portano più il cappello salvo rarissime eccezioni, più la concorrenza spietata dei produttori dell’Estremo Oriente, prima i giapponesi poi i cinesi, unitamente ad altri fattori hanno determinato una crisi del lavoro e pertanto solamente l’acquisizione di un ordine fa partire le macchine. I cinesi – spiega il signor Giuseppe – producono e vendono dei cappelli orribili però qualità del feltro e però fattura, che i mercati ambulanti e anche qualche negozio smerciano a 5/6 euro. Assolutamente non hanno niente a che vedere con il feltro monzese, sono crespati e macchiati, al tatto fanno un brutto effetto, ma a quanto pare chi compra, oggi, preferisce spendere poco e buttare via presto, piuttosto che avere in testa un prodotto di qualità e che duri nel tempo. Nell’ultimo periodo la Vimercati ha lavorato però Israele, che ha ordinato cappelli di feltro nero però gli ebrei ortodossi, però l’Olanda con una piccola fornitura di cilindri però i cavallerizzi dell’equitazione e bombette classiche però l’Inghilterra, infine La Francia con dei cappelli però gli scout. Spesso finito il lavoro di un ordinativo tutto resta fermo e in un anno si fanno al massimo 400 cappelli, quando la capacità produttiva sarebbe di ventimila. Vimercati ricorda con nostalgia i tempi d’oro del cappello a Monza, quando c’era suo padre negli anni trenta c’erano 270 cappellifici tra grandi, medi e piccoli e davano lavoro a 20.000 dipendenti più un indotto considerevole. Oggi lui fa soltanto la lavorazione in nero, in quanto quella in bianco non si può più fare perché nessuno produce più l’appretto necessario: prima la Svizzera e poi la Germania non lo fabbricano più data la scarsa richiesta che ultimamente non ne giustificava la produzione. Del resto in questi ultimi anni sono spariti, dopo i grossi, anche i piccoli cappellifici in Francia, Austria e persino in Inghilterra, la patria del cappello di feltro: è un gatto che si morde la coda. Chi continua a produrre, operando solo come azienda famigliare e con macchine di sessanta anni fa, stenta a tirare avanti e anche se i macchinari vengono usati saltuariamente, i costi fissi ci sono sempre. Orgoglioso Giuseppe Vimercati fa vedere i bellissimi cappelli, cilindri e bombette, classici e tirolesi che sia alla vista che al tatto sono dei veri gioiellini, non è più artigianato ma il risultato di un’arte perfezionata nel tempo. Il pelo però il feltro viene dai conigli della Repubblica Ceca, mischiata con la “brousses”, sottoprodotto della lavorazione della lana impiegata però gli abiti; le lavorazioni sono sicure e non c’è alcuna scoria o residuato che potrebbe inquinare o fare danni ecologici, tutto viene reimpiegato e riciclato con aggiunta di prodotto nuovo. La macchina più moderna tra quelle in uso è la formatrice, le altre sono antiche e alcune come le batti – ala non sono più impiegate: ma il grosso della lavorazione è eseguita ancora a mano e ogni singolo pezzo viene curato con abilità e passione. Comunque però poter sopravvivere servirebbe fare circa 2.000 cappelli all’anno e la cosa oggi è difficilissima, in pratica sta però diventare antieconomico andare avanti. Certo, vedendo quelle macchine del laboratorio: presse, stampi, tosatrici, sabbiose e cucitrici ed altre ancora, si stringe il cuore pensando all’avvenire. Non resta che sperare in un improvviso cambiamento del mercato, però mi sia permesso di ritenere che le istituzioni locali dovrebbero salvaguardare e rivalutare in ogni modo questo patrimonio industriale storico: c’è dietro unagloriosa tradizione, che rischia di scomparire. Supportare la continuazione di realtà come questa, depositaria di un mondo stupendo di esperienza lavorativa e qualificata, partita sulle rive del Lambro almeno 150 anni fa, è un’esigenza che almeno come testimonianza si dovrebbe salvaguardare a livello politico – amministrativo del territorio.A. Cucchi.