..E IL GATTO SI MANGIO’ LA CODA
“Il posto fisso è la base su cui organizzare il tuo progetto di vita e la famiglia"
pubblicato il 31 January 2010

L'OPINIONE DI .......Gianmaria Italia . Pochi sanno che io nacqui come giornalista d’economia e in quella veste ho scritto decine d’articoli e intervistato anche esponenti di primo piano, compreso Gianni Agnelli: era l’8 marzo 1997. Di lui ricordo che, al termine e a microfono spento, gli chiesi scusa se una domanda era stata impertinente. Mi rispose: “Le domande, o sono impertinenti o non sono domande”. Veniamo al perché del titolo. Non più di vent’anni fa un mio amico, direttore commerciale di un’industria, mi disse: “Basta che una mattina Agnelli o De Benedetti annuncino che Fiat o Olivetti vanno in cassa integrazione che tu, in Piemonte, non vendi più una lavatrice”. Più d’uno poi me lo confermò perché la cassa integrazione era vista come una discontinuità allo stipendio, un’ombra sinistra sulla certezza del posto di lavoro. A supporto cito l’affermazione del ministro dell'Economia Giulio Tremonti in chiusura di un recente convegno organizzato dalla BPM: «Non credo che la mobilità di per sé sia un valore, penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso è la base su cui organizzare il tuo progetto di vita e la famiglia». Purtroppo nessuno ha tratto il dovuto significato da quell’esempio così palpabile, basta guardarsi attorno. Il dilagante precariato, che molti associano solo al pubblico impiego, è ormai ovunque; frena anche le spese a medio termine e i negozi si scervellano nelle vendite rateali a tasso “zero” pur di vendere, smaltire le scorte, ma soprattutto realizzare per pagare affitto, dipendenti e fornitori. Questo si ripercuote sulla produzione delle aziende: meno ordini vuole dire minor fatturato, meno margini e tagli sull’occupazione. Si riducono gli approvvigionamenti, escono meno merci e così diminuisce anche il numero dei trasporti e così via, in ricaduta, le conseguenze negative anche sull’indotto. Con meno disponibilità di denaro chiudiamo gli occhi sulla qualità e ripieghiamo sull’acquisto di capi di basso costo con una proveniente da nazioni lontanissime. Dimentichiamo o ignoriamo che una volta l’Italia era esportatrice anche di manodopera ed ora si riduce ad essere solo destinazione di beni fabbricati altrove. Nella forsennata corsa al ribasso le aziende riducono all’osso i margini e così non hanno più le riserve per reinvestire. Una domanda è d’obbligo ed altrettanto obbligata è la risposta: ma se le nostre industrie chiudono e le maestranze restano senza lavoro, dove mai si troveranno i soldi per acquistare ulteriori beni, seppur a basso costo? Se circola meno denaro ne sono coinvolti tutti: il prodotto interno lordo diminuisce portando meno soldi nelle casse dello Stato,…. e il gatto si mangiò la coda. Dopo questa analisi sono dovute almeno due proposte, una alle aziende e una ai consumatori: - la continuità del posto di lavoro genera affezione, migliora il rendimento, la produttività, qualifica l’azienda e promuove nuovi acquisti; magari compriamo un capo in meno, ma che sia fabbricato in Italia. Gianmaria Italia


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