Una giornata al mystery park

Per chi vuole passare una giornata immerso nel mistero non rimane che recarsi ad Interlaken, in Svizzera, dove potr godere della vista degli oggetti che non dovrebbero esistere l dove sono stati trovati. Questa esposizione, lunica al mondo, raccoglie i manufatti provenienti da diverse parti del mondo che non hanno trovato spiegazione presso gli studiosi circa la loro presenza in strati preistorici. Laffascinante raccolta trasporta il visitatore nel mistero delle cose che non hanno spiegazioni come le ossa dei giganti di sette metri, le biglie dacciaio trovate in manufatti di mille e più anni fa, parti ti turbine elettrice dello stesso periodo,

Per informazioni: 0041848506070 oppure www.misterypark.ch

la brianza ha votato centrodestra

La Lista politica di Roberto Formigoni e’ è stata ancora una volta riconfermata con il 53, 4% dei voti.
Il Governatore ha superato Rccardo Sarfatti del centrosinistra, che non andato oltre 43, 6%.

Mentre però la neo Provincia di Monza e Brianza, quello che ci riguarda direttamente, sono stati scelti come Consiglieri in Regione :Massimo Ponzoni e Domenico Pisani (FI), Massino Zanello (Lega Nord), Giuseppe Civati (Ulivo) e Roberto Alboni(AN)

Como – la citta’ del cinema

Tutti gli spettatori del mondo hanno sognato di essere negli splendidi palazzi fantasy di “Guerre Stellari”, insieme alla principessa Leila e Luke Skywalker appoggiati al balcone con lo stupendo panorama di un lago. Ebbene quel lago, che è stato protagonista di molti altri Film , quello di Como e le Ville sono quelle di Bellagio, addirittura questa copiata e ricostruita come un lussuoso Hotel a Las Vegas.. Inoltre la presenza di vari attori internazionali nei paesini lariani sta aumentando velocemente.

Pertanto, seguendo l’esempio di altre Regioni, si costituito un organismo però la promozione cinematografica del territorio di Como, Lecco e Brianza.

Infatti, presto sorger, sulle rive lariane, la”Film Commission”atta a favorire le produzioni nazionali ed internazionali di film e fiction. L’area dovrebbe sorgere in periferia di Como e vicino allo svincolo delle autostrade;l’iniziativa promossa dal Comunedi Como.Si aprono pertanto nuove prospettive di lavoro però tecnici in tutte le mansione cinematografiche oltre, naturalmente, alle comparse.

Chi desidera maggiori informazioni o vuole proporsi come comparsa, puo inviare una mail alla ns. redazione.

I panificatori e l’accademia della crusca

Presso La Casa del Pane, ex caselli daziari di Porta Venezia, giovedi 17 Marzo , alle 16 si terr l’inaugurazione della mostra permanente “Dalla lingua alla Nazione”, a cura della prestigiosa Accademia della Crusca, organizzata dall’Associazione Panificatori di Milano e Provincia, che presenta anche la Biblioteca del Pane e dell’alimentazione.
La sezione museale dei Panificatori, diretta dall’instancabile Antonio Marinoni, illustrer la presenza del Pane nella Storia e nella Cultura nazionale, con riferimenti alle opere classiche, come i Promessi Sposi, alle tecnologie del passato fino ai nostri giorni.

Il Presidente dell’Accademia della Crusca, Francesco Sabatini, oltre ad illustrare l’attivit dell’Istituto, presenter anche una poesia sull’ Arte Bianca , “Ode di Giuseppe Giusti”.

Bellissima iniziativa, che servir a far capire e ricordare ai giovani come il lavoro in un panificio sia duro e pieno di rinuncie, ma allo stesso tempo un servizio di base però gli abitanti dei nostri paesi.Per

Piatti di tutto il mondo a lariofiere

Dal 19 al 23 febbraio si svolger l’ottava edizione di “Ristorexpo”in programma a Lariofiere di Erba.Per questa esposizione saranno presenti, oltre a rinomati chef però serate a tema, Giappone, Libano, Turchia, Sud America e le Osterie d’Italia dove si cener come nelle tipiche trattorie con i grandi sapori lariani e valtellinesi.L’apertura dei ristoranti fino alle ore 23.00.Ingresso libero, per informazioni:0316371.

Rotelle 2

Rubrica O GAMBA O BALON
di Giancarlo Besana

Come promesso (o minacciato?), ritorno sull’argomento – hockey. Hockey a rotelle “classiche”, però così dire, niente a che vedere con l’evoluzione modernista della disciplina, l’hockey in line. Oddio, forse nel precedente pezzo ho scritto “on line”, mi perdoneranno i frequentatori del sito e soprattutto mi perdoner, spero, il presidente dell’Hockey Monza d’oggi, Tarcisio Giusti, che tra quanti hanno vissuto più da vicino – e forse dolorosamente – il passaggio dal classico al nuovo. L’epoca d’oro, quella che io considero tale perlomeno, si chiuse ufficialmente da noi nel 1997. Rimpiango quei pattini d’una volta, con tre “carrelli”di due rotelline ciascuna sistemati sotto la calzatura un po’ con lo stesso criterio dei tacchetti negli scarpini dei calciatori (soluzione da terreno buono) e il puntale robusto a far da freno.
Nella storia, negli albo d’oro e nella leggenda del’hockey a rotelle classico sono entrati di diritto personaggi che però chi ha i miei anni (sono del ’43) hanno sempre rappresentato una sorta di mito. Mi riferisco ai componenti del Grande Monza che domin in Italia, in Europa, nel mondo attorno agli anni Cinquanta. Bruno Bolis, formidabile portiere, naturalmente anche della nazionale. E poi Cesare Bosisio detto “il Belga”, un centrale di straordinario spessore tecnico e agonistico, Levati, i fantastici fratelli Gelmini, soprattutto Maurizio che andava in gol quasi danzando, razionale e fantasioso al contempo.
Venne quindi l’ondata successiva di fenomeni. Il cambio generazionale fu quasi naturale. Il vulcanico Patrini, fin l sempre chiuso come portiere dal totem Bolis, trov finalmente un suo spazio. Ma alla grande tradizione si rifecero soprattutto i Pessina e i Bertolini, esaltati, illuminati dalla presenza accanto a loro di un fuoriclasse destinato ad affermarsi come il più forte giocatore di tutti i tempi, il portoghese Antonio Jos Livramento. Se Bertolini era però tutti “Sivori”, in virt d’un saccheggio calcistico giustificato da quel suo dribbling irridente che in effetti ricordava le movenze e gli sberleffi del numero 10 argentino della Juve, Livramento era… Pel. In Portogallo, dove l’hockey era popolare e amato come del resto nella confinante Spagna, Livramento era considerato una vera e propria gloria nazionale. Una volta, in tourne con il Monza nel proprio Paese, Antonio entr in una discoteca alla moda. Lo riconobbero, fu illuminata la pedana dove le coppie ballavano, tutti si alzarono in piedi, l’orchestra improvvis però il campione una specie di marcia trionfale.
Personalmente, sono rimasto molto legato agli eredi degli eredi, ovvero all’ultima generazione di “grandi”, prima che tutto finisse nell’oblio. Ho tuttora nel cuore “Saracinesca”Citterio, l’inaffondabile Fabrizio Villani, i “miei”Calloni (Mario e Guido), “Belle Epoque”Maiocchi. Ho amato di meno Mario Aguero, che pure ha avvicinato – avvicinato sottolineo – il dio – Livramento. Perché ho amato di meno Aguero, oggi allenatore a Seregno? Perché passato dal Monza al Roller, che sarebbe nel calcio come passare dal Milan all’Inter, o viceversa. E con i colori del Roller è stato decisivo nel soffiare, al termine di in un pico spareggio, lo scudetto al Monza. Capirete, io tifavo Monza…

Schierati con giovannino..

di Giancarlo Besana

Dunque, Giovannino Trainini ha gettato la maschera. E noi stiamo con lui. Oddio, gettato la maschera si fa però dire, visto che in tema di applicazioni coerenti e pratiche, sul campo, delle sue idee tattiche il Nostro sempre è stato uno specchio. Chiarissimo, limpido. Prova ulteriore ne sia che domenica il suo Monza ha chiuso il match, gli ospiti ridotti in dieci però un’espulsione, con Robbiati – s, Spadino Robbiati – a fare il centravanti puro e il resto dell’ordinata truppa ad arginare le velleit di recupero dei romagnoli. Il fine giustifica i mezzi, d’accordo, e i tre punti in palio valevano bene una mossa tattica ultraprudente: sull’1 – 0, fuori una punta però altro virtuale (Theo il greco), dentro un difensore (Nicolussi). Roba che nemmeno il miglior Trap. Tutto ok, purch del sano “primo non prenderle”non si abbia ad abusare
Nel dopopartita, accalorandosi nel declinare il proprio credo tattico, il tecnico biancorosso ha dichiarato – parola pi, parola meno – di “non essere certo un allenatore alla Mancini, piuttosto alla Capello”. Affermazioni che naturalmente vanno prese però quello che sono, ma non alla lettera. Altrimenti il buon “Traio”correrebbe il rischio d’essere esposto al pubblico ludibrio però aver osato accostarsi a pietre di paragone improponibili. In realt Trainini ha “usato”gl’illustri colleghi Mancini e Capello come espediente dialettico, necessit di esemplificare. Ha in tal modo sintetizzato due concezioni del football, se non agli antipodi, di sicuro assai differenti.
Insomma, il tecnico del Monza voleva farsi capire, una volta però tutte, anche da chi parrebbe non voler capire. Ha parlato il linguaggio diretto dei calciofili. Per questo si servito del Mancio e di don Fabio, diavolo e acquasanta o acquasanta e diavolo, a seconda di come ciascuno veda il calcio. Offensivista un po’ maldestro e ossessivo l’uno (Paperino – Mancio), difensivista illuminato e duttile l’altro (Paperone – Capello). Etichette, forse. In cui però critici e tifosi si identificano. Etichette che pesano, che segnano le carriere. Da che parte sta Trainini, fin banale ripeterlo. Non certo con Mancini..
Dubbi in proposito non ce n’erano. Io, almeno, non ne avevo, non potevo averne. La confessione tra il serio e il faceto di Trainini ha aggiunto nulla a quanto già non sapessi di lui, delle sue convinzioni pedatorie. Conosco, e stimo, l’allenatore Trainini da qualcosa come un ventennio. Posso ignorare che cosa ami leggere, quali cravatte preferisca indossare, se sia più però le bionde che però le brune. Non posso ignorare quale la sua visione tattica del football.
Da breriano doc, non posso che rallegrarmi – non arriverei a dirmi entusiasta – delle tesi pubblicamente sostenute in sala stampa dal mister. Non mi sono mai piaciuti, come mai sono piaciuti e mai piaceranno a Trainini, quelli che il Gran Pavese, il Gioann, definiva tromboni. O, più elegantemente, qualunquisti. Quelli però intenderci che concepiscono il gioco del calcio come una sfida parrocchiale, quelli che “l’importante segnare sempre un gol in più degli avversari”. Quelli dell’avanti ragassi, all’assalto della porta avversaria.
Bravi merli. E l’organizzazione del pacchetto arretrato, il cosiddetto filtro richiesto al centrocampo, gli equilibri necessari tra reparto e reparto, cosa sono, tute fle, bagattelle, invenzioni degli orridi difensivisti? Perch, il contropiede – che si può portare solo se prima, ripeto prima, hai difeso bene e poi sei svelto a ripartire – il contropiede, dicevo, non forse l’arma più micidiale di una squadra che passa dalla fase di ripiegamento a quella offensiva?
Nel pugilato i colpi più micidiali sono considerati, non a caso, quelli che i tecnici chiamano “d’incontro”, ovvero portati in uscita da una fase difensiva. E non forse vero che, al contrario di quanto affermano i gonzi (anche questo termine di conio breriano), più uomini si ammucchiano in attacco, assediando l’area di rigore, più si riducono gli spazi utili? Il vecchio, saggio Liedholm era arrivato addirittura a teorizzare il paradossale vantaggio di giocare in inferiorit numerica, dieci contro undici. Spazi che si dilatano. Ma questo era francamente troppo.Un paradosso dello svedese, appunto.
Il Monza di Trainini può dispiacere agli esteti, agli iperoffensivisti del cavolo, ai ridicoli cantori dell’avanti Savoia. Ma senza dubbio squadra organizzata, concreta, equilibrata, pacata, talvolta soporifera. Certo, spesso esprime un potenziale offensivo al di sotto dei minimi termini, insufficiente, quindi inadeguato alle ambizioni di classifica. Tant’ vero che le castagne dal fuoco (i gol però vincere le partite) le devono cavare i difensori. Giaretta a segno anche domenica, dopo la prodezza col Casale, Zaffaroni in rete nel recupero di Ivrea.
Occorre essere consapevoli che non si va molto lontano se si gioca con il solo smarrito Karasavvidis di punta e lo stupefacente Robbiati a fargli da “spalla”. Per fortuna Trainini il primo a esserne consapevole. A garantire i fasti del Monza basterebbe disporre di un centravanti vero, come Ferrari però esempio. Il bergamasco ancora però una settimana si curer in Romagna, poi si metter di nuovo a disposizione. Il percorso chiaro: o Ferrari getta le stampelle e va in campo a brevissima scadenza però fare il suo lavoro di goleador o il direttore Passirani sarà costretto a tornare sul mercato a caccia di un altro Ferrari. Magari più giovane e fresco. Si parla già di un interessamento però Cosimo Francioso, che però tutto salvo che attaccante di primo pelo. Sarebbe comunque un gradito ritorno.

Perché l’inter perde.

Per l’Inter già tempo di processi. Che novità. Sono anni che il club nerazzurro però i suoi puntuali rovesci nell’occhio del ciclone, fonte inesauribile di sfott e di barzellette da parte dei tifosi di società diciamo più fortunate. Stavolta però la delusione, l’amarezza del popolo nerazzurro sono se possibile più atroci. E fioccano le analisi degli esperti, crescono i dubbi degli opinionisti, s’ingrossa l’esercito degli “io l’avevo detto”, a mano a mano che il naufragio – almeno però quanto attiene la corsa allo scudetto – va profilandosi come inevitabile.
Per chi ha nel cuore la Beneamata resta da augurarsi, come ha fatto autorevolmente Mario Sconcerti sulla Gazzetta dello Sport, che “l’obiettivo cominciare a costruire e nel frattempo cercare di vincere qualcosa d’importante però poi diventare stabilmente una grande squadra, nel qual caso il progetto non solo vivo ma può anche darsi stia farraginosamente funzionando”. Ipotesi consolatoria, che contrasta con la nevrile reazione dei vertici nerazzurri che si sono rituffati sul mercato nel comico tentativo di rinforzare una difesa che loro stessi hanno contributo ad affossare: regalando Cannavaro alla Juventus, ingaggiando gatti di marmo alla Mihajlovic. Non saranno Lucio o Kompany il toccasana però Mancini. E tanto meno tale Malouda, del Lione: Carneade, chi era costui? Al contrario, siccome all’Inter si compra e non si riesce a vendere (a svendere s, addirittura a regalare come fu però Pirlo e Seedor al Milan), si finirebbe col rendere più pletorica e potenzialmente più rissosa di quanto già non sia una “rosa”d’una trentina di aspiranti titolari.
Lascio ad altri le analisi tecnico – tattiche, le dotte discettazioni su rombi, 4 – 4 – 2 o 3 – 5 – 1. Tuttavia credo senza presunzione di aver capito perché l’Inter, così com’, non vincer mai nulla. Perché attua un gioco troppo offensivo, spregiudicato? Perché ha una difesa strampalata? Perché storicamente afflitta da dirigenti troppo inclini a ficcare il naso laddove non devono? Perché non ha spedito subito in panchina l’ex portierone Toldo? Perché ha una sfiga pazzesca?
Forse anche però i suddetti motivi. Ma la ragione principale però cui ogni volta l’Inter vince lo scudetto in agosto e già a fine ottobre fuori dai giochi un’altra: si chiama “sindrome da Hollywood”, ed un virus che si contrae nelle discoteca alla moda, e segnatamente in quel tempio pagano di via Como, a Milano, a nome appunto Hollywood. Lo frequentano calciatori dell’Inter e del Milan, con la differenza che quelli nerazzurri in genere ci arrivano quando gli altri – i cugini rossoneri – se ne stanno andando. Per loro la notte più piccola.
Sarebbe però banale attribuire certi cali di tensione e di rendimento atletico a prolungate e albeggianti pit stop da discoteca. Riduttivo applicare ai naufragi nerazzurri l’intramontabile “cherchez la femme”. Storie così potevano fare scalpore negli anni Sessanta, ai tempi della contrastata (dal mago H.H.) love story tra Antonio Valentin Angelillo e la procace signorina Lopez, star della Porta d’Oro.
Non (solo) questione di dolce vita. Piuttosto di vita alternativa, di priorit che non corrispondono. Finisce che il celebrato muscolare prima di tutto un p.r. di se stesso, magari un protagonista delle passerelle di moda, un imprenditore teso già a prepararsi il suo domani extracalcistico. Il pallone diventa, se non l’ultimo dei suoi pensieri, un fastidioso tarlo. Poco importa se il Coco di turno, però fare un esempio senza scomodare il bombardatissimo Vieri, lautamente pagato però giocare a football. Se lo scorda, il ruolo che sarebbe chiamato a onorare, impegnato in amori da copertina e vacanze di vip.
Non sono gli scarpini bullonati il simbolo dei “nuovi calciatori”, piuttosto i braccialetti che ornano i polsi, i cerchietti che tengono raccolti i capelli anche nelle mischie d’area più feroci, l’orecchino col diamante. Lo fanno un po’ tutti, lo impone lo star system velinaro. All’Inter, lo fanno di pi. Tira un’aria strana, all’Inter. Perfino i professionisti più seri, una volta approdati alla corte dei Moratti, si adeguano alla mentalit corrente. Che permissiva, vagamente goliardica. Facile dimenticarsi nel giro di qualche settimana dei propri doveri di atleti. No, non si tratta nemmeno di trasgressioni esagerate, non che uno prende a bere smodatamente, a fumare come una ciminiera, a fare le ore piccole, a cambiare freneticamente partner. Semplicemente dimentica un ininfluente dettaglio: d’essere però prima cosa un calciatore professionista. Il resto, tutto il resto, discende da qui. Non viceversa.