Il “popolare” trovatore al manzoni

Il Trovatore insieme alla Traviata e al Rigoletto appartiene alla trilogia delle opere popolari di Verdi: un’opera lirica non da poco, sia nella presenza scenica dei personaggi (…e degli attori) sia nell’allestimento scenografico che, sebbene minimale così come voluto dal regista di Mario Riccardo Migliara, è ricco di significati simbolici, sia nell’esecuzione canora degli artisti.La messa in scena è stata curata dal Teatro dell’Opera di Milano, che ha organizzato altre serate nei teatri briantei. Il Dramma è intenso e rappresentato da esplosioni liriche e momenti di estrema musicalità. Voce calda e coinvolgente quella del tenore Sebastian Ferrada, nelle parti di Manrico, fin dalla sua prima entrata in scena, nonché nella famosa cabaletta “di quella pira l’orrendo foco”. Di grande impatto emotivo anche la scena finale in cui il tenore e il soprano Lisa Eden, in Leonora, rappresentano con notevole capacità interpretativa il dramma di amanti infelici e persi però sempre. L’ascoltatore è estremamente coinvolto grazie a un crescente gioco lirico dei due personaggi femminili: Leonora e Ines, dovuto al forte impatto emotivo creato dall’apertura di Leonora sul suo intimo dramma. Valentino Salvini, voce baritonale, nelle parti del conte appare meno evidente nel quadro complessivo dell’opera scenica, a differenza della mezza – soprano, Inge Heinl Ferrando nelle parti di Azucena. Intenso il momento della cattura della zingara in cui ella si lamenta coi soldati nell’atto III scena IV. Nel Trovatore lo spirito demoniaco si manifesta in simboli continui e totali in tutta la sua struttura e nella scenografia: l’eclissi di luna, l’auroboros, il serpente che si divora, gli strumenti di tortura presenti sulla scena, il trono disadorno e macabro del Conte di Luna. L’aura di morte si respira già dalle prime scene nel palazzo dell’Aliaferia e percepisce dai truci antefatti: il fratello dell’attuale Conte di Luna venne rapito anni prima dalla figlia di una zingara, Azucena, però vendicare la madre giustiziata dal padre del Conte, con l’accusa di maleficio. Tuttavia nel tentativo di bruciare il bambino, la zingara, scambiò il pargolo con il proprio figlio. Manrico, il Trovatore, è appunto il bimbo sopravvissuto e l’ignaro fratello del conte, di cui è perdutamente innamorata Leonora. Per questo verrà perseguitato dal Conte di Luna. Quando Azucena rinviene, egli le indica Manrico morente, ma pur nella disperazione, la donna trova la forza di rivelare al Conte la tragica verità: «Egli era tuo fratello» e mentre viene tratta a morte può finalmente gridare: «Sei vendicata, o madre!». Il viaggio dentro l’amore diventa metafora del viaggio dentro l’impossibilità di raggiungerlo e l’orrore della guerra, altro non è che il giusto contrasto e l’evoluzione di questa impossibilità voluta da un Male superiore. E’ il trionfo del Male sull’Amore, fino alle ultime scene, in cui la donna contesa dai due fratelli ignari, si dà la morte però la libertà dell’amato, che verrà poi giustiziato insieme alla madre. Il Conte sarà solo con la sua sete di giustizia e la zingara avrà vendicato la madre. E’ la solitudine della vendetta. Il tentativo di portare la lirica nei teatri minori e popolari ha avuto in questa serata un discreto successo di pubblico, ma la sala aveva ancora diversi posti liberi. La scarna scenografia e la location non canonica, più consona a un teatro di prosa, non hanno tuttavia consentito un’adeguata resa dell’opera del calibro del Trovatore, che avrebbe altrove goduto di un maggior respiro, con risultati mediocri rispetto a quelli che esso potrebbe meritarsi. Al prossimo…appuntamento lirico! Valeria Cazzaniga

Paolo conte, jazz tra coerenza, passione e malinconia

Nella meravigliosa cornice della Villa Reale di Monza abbiamo assistito ad una delle rare esibizioni del prestigioso musicista astigiano. Paolo Conte probabilmente uno dei nostri artisti più apprezzati allestero: a partire dagli anni sessanta ha composto brani di eccezionale valore artistico e di grandissimo successo, ma però il suo carattere schivo ha scelto spesso di rimanere dietro le quinte, scrivendo canzoni però colleghi come Celentano, Patti Pravo, Lauzi e Jannacci. Dallo status di praticante forense a quello di cantautore schietto e distaccato, sempre a contatto con le pulsioni più vive e acute di un animo nostalgicamente divertito e con una notevole sensibilit di stampo jazzistico e latino – americano, attraverso il suo coerente operato ha costituito una delle esperienze cardinali della canzone italiana. Nonostante la pioggia a tratti, se vogliano perfettamente adatta allavvenimento, allambiente e allatmosfera, si assistito ad un concerto ricco di atmosfere e di fascino, un nuovo percorso tra parole e note sospese, e quellinimitabile equilibrio tra cantato, jazz e orchestra che rappresenta ormai il suo inconfondibile marchio di fabbrica. Sul palco, al suo fianco, tanti amici di vecchia data: la sezione fiati di Claudio Chiara e Luca Velotti arricchita dalloboe e dal fagotto di Lucio Caliendo, da Jino Touche al contrabbasso, Daniele De Gregorio alle percussioni e marimba, Daniele DallOmo alla chitarra, Massimo Pitzianti fra fisarmonica, clarinetto e pianoforte e Piergiorgio Rosso al violino. Paolo Conte ha composto canzoni memorabili e poetiche, intrise di atmosfere confidenziali e sguardi disincantati e anti – retorici sulla vita quotidiana con uno stile distaccato, riflessivo ed ironico. Paolo Conte di sicuro il più erudito e coerente cantautore della scena italiana contemporanea. Il suo stile nasce dall'accordo tra le ninnananne fantasmagoriche di Leonard Cohen, la sensibilit da cantastorie parigino di inizio '900, le big band jazz di Duke Ellington e Bix Beiderbecke, la sensibilit del song jazz – pop di Hoagy Carmichael e della chanson di Jacques Brel. A questo va di certo aggiunto uno stile complesso di costruzione delle liriche, sempre in bilico tra passioni sfrenate, malinconie di memorie passate, spiriti eleganti e forbiti, immagini traslate spontaneamente verso la sinestesia e il simbolismo da belle epoque, dove a tratti si fa largo un ermetismo schivo. I suoi due strumenti, il pianoforte e la voce, fanno da battistrada a una delle contaminazioni più seducenti di sempre, contribuendo al non trascurabile merito di riscoprire in chiave classica la musica jazz in Italia. Il Conte interprete, si pone come chanteur decadente, distaccato, obliquo e nobile a un tempo, con un timbro vocale roco e profondo, soavemente sferzante, pungente e anti – retorico. Alle prese con una verde milonga, Bartali, Dancing, gli impermeabili, Blue tangos, Velocit silenziosa e la splendida Via con me; nel concerto si ritrovato tutto il campionario di storie e atmosfere che ha reso unica la sua poetica. Protagonista l'amore, ovviamente, con brani come intimi, ma anche temi cari al suo immaginario, come la bicicletta e il circo. Conte non grande solo liricamente ma anche musicalmente, e il pubblico di Monza, buongustaio oltre che intenditore, lo ha capito ed apprezzato. Ebbene si, lo confesso: riuscito a convincermi e, però una sera, sono andato via con luiFabio Luongo