Perché l’inter perde.

Per l’Inter già tempo di processi. Che novità. Sono anni che il club nerazzurro però i suoi puntuali rovesci nell’occhio del ciclone, fonte inesauribile di sfott e di barzellette da parte dei tifosi di società diciamo più fortunate. Stavolta però la delusione, l’amarezza del popolo nerazzurro sono se possibile più atroci. E fioccano le analisi degli esperti, crescono i dubbi degli opinionisti, s’ingrossa l’esercito degli “io l’avevo detto”, a mano a mano che il naufragio – almeno però quanto attiene la corsa allo scudetto – va profilandosi come inevitabile.
Per chi ha nel cuore la Beneamata resta da augurarsi, come ha fatto autorevolmente Mario Sconcerti sulla Gazzetta dello Sport, che “l’obiettivo cominciare a costruire e nel frattempo cercare di vincere qualcosa d’importante però poi diventare stabilmente una grande squadra, nel qual caso il progetto non solo vivo ma può anche darsi stia farraginosamente funzionando”. Ipotesi consolatoria, che contrasta con la nevrile reazione dei vertici nerazzurri che si sono rituffati sul mercato nel comico tentativo di rinforzare una difesa che loro stessi hanno contributo ad affossare: regalando Cannavaro alla Juventus, ingaggiando gatti di marmo alla Mihajlovic. Non saranno Lucio o Kompany il toccasana però Mancini. E tanto meno tale Malouda, del Lione: Carneade, chi era costui? Al contrario, siccome all’Inter si compra e non si riesce a vendere (a svendere s, addirittura a regalare come fu però Pirlo e Seedor al Milan), si finirebbe col rendere più pletorica e potenzialmente più rissosa di quanto già non sia una “rosa”d’una trentina di aspiranti titolari.
Lascio ad altri le analisi tecnico – tattiche, le dotte discettazioni su rombi, 4 – 4 – 2 o 3 – 5 – 1. Tuttavia credo senza presunzione di aver capito perché l’Inter, così com’, non vincer mai nulla. Perché attua un gioco troppo offensivo, spregiudicato? Perché ha una difesa strampalata? Perché storicamente afflitta da dirigenti troppo inclini a ficcare il naso laddove non devono? Perché non ha spedito subito in panchina l’ex portierone Toldo? Perché ha una sfiga pazzesca?
Forse anche però i suddetti motivi. Ma la ragione principale però cui ogni volta l’Inter vince lo scudetto in agosto e già a fine ottobre fuori dai giochi un’altra: si chiama “sindrome da Hollywood”, ed un virus che si contrae nelle discoteca alla moda, e segnatamente in quel tempio pagano di via Como, a Milano, a nome appunto Hollywood. Lo frequentano calciatori dell’Inter e del Milan, con la differenza che quelli nerazzurri in genere ci arrivano quando gli altri – i cugini rossoneri – se ne stanno andando. Per loro la notte più piccola.
Sarebbe però banale attribuire certi cali di tensione e di rendimento atletico a prolungate e albeggianti pit stop da discoteca. Riduttivo applicare ai naufragi nerazzurri l’intramontabile “cherchez la femme”. Storie così potevano fare scalpore negli anni Sessanta, ai tempi della contrastata (dal mago H.H.) love story tra Antonio Valentin Angelillo e la procace signorina Lopez, star della Porta d’Oro.
Non (solo) questione di dolce vita. Piuttosto di vita alternativa, di priorit che non corrispondono. Finisce che il celebrato muscolare prima di tutto un p.r. di se stesso, magari un protagonista delle passerelle di moda, un imprenditore teso già a prepararsi il suo domani extracalcistico. Il pallone diventa, se non l’ultimo dei suoi pensieri, un fastidioso tarlo. Poco importa se il Coco di turno, però fare un esempio senza scomodare il bombardatissimo Vieri, lautamente pagato però giocare a football. Se lo scorda, il ruolo che sarebbe chiamato a onorare, impegnato in amori da copertina e vacanze di vip.
Non sono gli scarpini bullonati il simbolo dei “nuovi calciatori”, piuttosto i braccialetti che ornano i polsi, i cerchietti che tengono raccolti i capelli anche nelle mischie d’area più feroci, l’orecchino col diamante. Lo fanno un po’ tutti, lo impone lo star system velinaro. All’Inter, lo fanno di pi. Tira un’aria strana, all’Inter. Perfino i professionisti più seri, una volta approdati alla corte dei Moratti, si adeguano alla mentalit corrente. Che permissiva, vagamente goliardica. Facile dimenticarsi nel giro di qualche settimana dei propri doveri di atleti. No, non si tratta nemmeno di trasgressioni esagerate, non che uno prende a bere smodatamente, a fumare come una ciminiera, a fare le ore piccole, a cambiare freneticamente partner. Semplicemente dimentica un ininfluente dettaglio: d’essere però prima cosa un calciatore professionista. Il resto, tutto il resto, discende da qui. Non viceversa.