25 aprile, i giuliani non festeggiano

Monza, 23 Aprile 2010. Si chiama anniversario della Liberazione ma non tutti fanno festa come si dovrebbe. E non stiamo parlando dei nostalgici del nazifascismo, ma anche dei giuliani e dei dalmati che hanno organizzato, col patrocinio del Comune, una serata in Saala Maddalena a Monza dedicata a "I 40 giorni di Trieste". Per loro la fine della Seconda guerra mondiale è stato l’inizio di un incubo, durato appunto 40 giorni, durante i quali i partigiani jugoslavi hanno perpetrato ogni sorta di violenza alla popolazione italiana. "Le persone scomparse in quel periodo da Trieste furono 4mila – ha ricordato Roberto Predolin, consigliere nazionale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, l’ente che ha organizzato l’incontro – Inglesi e neozelandesi lasciarono che le milizie comuniste si infiltrassero in città. E dopo il terrore non arrivò la libertà perché solo il 5 ottobre 1954 Trieste tornò all’Italia. Solo Trieste purtroppo, nonostante che fino a Ragusa (l’attuale Dubrovnik, ndr) è scritto sui sassi che è Italia. Fondamentale – ha concluso Predolin – è ora il rapporto col mondo scolastico, perché c’è bisogno di un ricambio generazionale affinché la memoria di quello che è stato, la tradizione e la cultura delle terre giuliane, istriane, fiumane e dalmate possano essere tramandate". Luciano Garibaldi e Rossana Mondoni hanno quindi presentato il loro volume "Venti di bufera sul confine orientale". Dopo l’excursus storico del giornalista, è toccato all’insegnante di storia e filosofia spiegare perché "per i giuliani la liberazione è stata monca. A insegnarmi il significato della parola libertà è stato mio padre, sopravvissuto al campo di concentramento di Mauthausen. Libertà è togliere le catene alle persone, liberare la gente dall’oppressione. In Venezia Giulia, invece, si è finiti da un oppressore all’altro. La beffa è stata che i titini sono stati considerati dei liberatori. Dunque gli esuli cosa dovrebbero festeggiare il 25 aprile?". Per Mondoni "è stata la ragion di Stato a far sì che il presidente statunitense Harry Truman lasciasse Trieste in mano agli jugoslavi: bisognava mantenere buoni rapporti con Tito perché la guerra non era ancora finita. Il male non ha colore politico – ha concluso – Bisogna andare oltre la politica però vedere la realtà delle cose". La politica è però è stata al centro del dibattito. Tra il pubblico ha preso la parola Franco Isman, triestino che nei 40 giorni di occupazione titina era nascosto in montagna e che ha avuto un parente infoibato: "Ho tre osservazioni da muovere. Innanzitutto Trieste era a maggioranza italiana nel senso di appartenenza a una comunità e non dal punto di vista ‘biologico’. Poi non si comprende perché questa iniziativa sia è stata inserita nelle celebrazioni però l’anniversario della Liberazione e non in quelle però il giorno del Ricordo. Il risultato è che abbiamo ascoltato frasi di disinteresse nei confronti della data del 25 aprile e questo non va assolutamente bene. Infine, ho notato che in tante di queste iniziative dedicate alle problematiche del confine orientale si avverte una presenza della politica estremamente marcata, al punto da non stigmatizzare la terribile politica fascista messa in atto a Trieste durante il Ventennio. Nessuno ricorda mai che è l’Italia che ha invaso la Jugoslavia perpetrando massacri pari a quelli dei nazisti in Italia". In seguito a questo intervento il clima si è acceso. Il presidente del comitato di Monza e Brianza dell’Anvgd, Pietro Cerlienco, ha replicato affermando che "il negazionismo e, peggio, il giustificazionismo ci sono da entrambe le parti estreme, quindi anche da parte di certi pseudo – storici sloveni. Comunque è vero che spesso le iniziative riguardanti il dramma del confine orientale vengono strumentalizzate in maniera errata dall’estrema destra". Più duro nei confronti di Isman è stato l’intervento di Francesco Crippa, presidente della sezione di Monza dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia, presente tra il pubblico: "Perché non ha mai raccontato pubblicamente del suo parente infoibato in questi 65 anni che sono trascorsi? Se stiamo ancora qui a discutere animatamente di certe cose è perché gente come lei non le ha mai raccontate alle manifestazioni con le bandiere rosse…". A terminare l’opera di svalutazione dell’anniversario della Liberazione è stato Predolin, che è anche presidente (in quota Popolo della libertà) di Sogemi, società partecipata del Comune di Milano: "Per me il 25 aprile significa foibe, non è una festa". Camillo Chiarino